L’addio al tennis di Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska ha deciso di lasciare il tennis professionistico. L’ormai ex tennista polacca ha comunicato la sua decisione il 14 novembre attraverso un post pubblicato su Facebook. La notizia del suo ritiro non è giunta inaspettata: nelle settimane precedenti al suo annuncio, infatti, aveva rilasciato delle dichiarazioni molto pessimistiche sul suo futuro, facendo così presagire che la sua carriera fosse prossima alla fine. Com’era facilmente immaginabile, il suo ritiro ha intristito i suoi numerosi sostenitori, che speravano di poter ammirare le sue magie ancora per qualche anno. Il motivo che l’ha spinta ad abbandonare le competizioni è un infortunio al piede, che ha pregiudicato le sue prestazioni nelle ultime due stagioni, tanto da farla precipitare alla settantaquattresima posizione della classifica WTA, per cui non esiste nessuna possibilità di guarigione, neppure con un intervento chirurgico. Il dolore al piede le impediva di allenarsi e giocare come avrebbe voluto. Impossibilitata a competere ad alti livelli, la Radwanska non ha avuto altra scelta se non quella di dare l’addio al tennis giocato. Ha detto basta a ventinove anni, che non sono molti, ma non sono nemmeno pochi, soprattutto per lei, che ha spremuto il suo fisico esile al massimo per tenere testa ad avversarie fisicamente potenti e dotate di colpi devastanti. Purtroppo resterà sempre il rammarico per non averla mai vista vincere uno Slam: che una tennista così raffinata e con un tasso tecnico così elevato non ne abbia vinto neanche uno è, sportivamente parlando, un’ingiustizia. Ha sfiorato l’impresa a Wimbledon 2012, ma in finale si è dovuta inchinare alla forza d’urto di Serena Williams, contro la quale è uscita sconfitta in tre set. Certamente ha pesato la mancanza di un colpo risolutore, ma forse Agnieszka ha commesso troppe volte l’errore di adottare una tattica troppo attendista, facendo un eccessivo affidamento sulla sua ragnatela di colpi da fondo campo. Se avesse attaccato di più, sfruttando la sua bravura nell’esecuzione delle volèe, e se avesse avuto un po’ più di cattiveria agonistica, probabilmente sarebbe riuscita a portare a casa almeno un Major. E invece è rimasta a bocca asciutta. Peccato, avrebbe meritato una soddisfazione del genere.

Agnieszka Radwanska

Nonostante non abbia mai trionfato in uno Slam e non sia mai salita in vetta alla classifica mondiale, può vantare un palmarès di tutto rispetto. Venti tornei vinti, da Stoccolma 2007 a Pechino 2016, passando per Singapore 2015, che ha rappresentato l’apogeo della sua brillante carriera, su ventotto finali disputate, e un best ranking di numero due del mondo, che ha raggiunto nel 2012 e nel 2016, sono la prova che è stata un’ottima tennista, al punto di essere considerata una campionessa. Oltre ai titoli che ha conquistato battendo in finale rivali del calibro di Maria Sharapova (Miami 2012), Venus Williams (Montreal 2014) e Petra Kvitova (Singapore 2015), ci sono anche i premi che ha ottenuto per il miglior colpo dell’anno e per la giocatrice più amata dai tifosi, che si è aggiudicata rispettivamente per cinque e sei volte consecutive (dal 2013 al 2017 il primo, dal 2011 al 2016 il secondo), a testimonianza del grande seguito e affetto di cui ha goduto tra gli appassionati di tennis di tutto il mondo. Elegante come un cigno, agile come una gazzella e leggera come una farfalla, la Radwanska è stata una tennista atipica e di gran classe. Ritirandosi lascia un vuoto difficilmente colmabile, anche perché all’orizzonte non si vedono giocatrici in grado di raccoglierne l’eredità. Quando inizierà la nuova stagione farà uno strano effetto non leggere più il suo nome nei tabelloni dei tornei. Ci vorrà un po’ di tempo per abituarsi al fatto di non vederla più giocare. Se dovessimo citare le sue partite più belle, diremmo quella contro Victoria Azarenka nei quarti dell’Australian Open 2014, quella contro Garbiñe Muguruza nella semifinale delle WTA Finals 2015 e quella contro Roberta Vinci nei quarti di Doha 2016, tre match ad alta gradazione spettacolare in cui la Radwanska ha esibito tutta la sua abilità tecnica e tattica. Poco importa che il suo nome non sia scritto nell’albo d’oro di nessuno dei quattro Slam: con il suo stile unico e inconfondibile, la Radwanska ha lasciato un segno indelebile nel tennis contemporaneo. La libellula di Cracovia ha appeso la racchetta al chiodo, ma i suoi gesti tecnici, come ad esempio i fenomenali colpi in genuflessione, che sono diventati il suo marchio di fabbrica, rimarranno per sempre impressi nella nostra memoria. Grazie, Agnieszka, per tutte le emozioni che ci hai regalato. Vederti giocare è stato meraviglioso.

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Roger Federer: il ritorno del re

Roger Federer

Roger Federer

Il 29 gennaio 2017 è una data che verrà ricordata a lungo dagli appassionati di tennis, perché quel giorno Roger Federer, a trentacinque anni suonati (ne compirà trentasei l’8 agosto, essendo nato nel 1981 a Basilea), ha vinto il suo quinto Australian Open, dopo quelli del 2004, 2006, 2007 e 2010, battendo in finale il suo acerrimo rivale, Rafael Nadal, con il punteggio di 6-4 3-6 6-1 3-6 6-3, scrivendo così una delle pagine più belle della sua leggendaria carriera. La splendida vittoria conseguita a Melbourne è il diciottesimo titolo dello Slam per Federer, che nella sua personale bacheca vanta anche sette Wimbledon (2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2009 e 2012), cinque US Open (2004, 2005, 2006, 2007 e 2008) e un Roland Garros (2009). Nonostante l’età non più verdissima, il fuoriclasse svizzero, che con la splendida affermazione di domenica scorsa rafforza la sua prima posizione nella classifica dei tennisti che hanno vinto più tornei del Grande Slam, non smette di stupire e meravigliare. Diciamo la verità: che Roger riuscisse a vincere un altro Major prima di appendere la racchetta al chiodo, lo speravano in tanti, soprattutto i suoi tifosi più incalliti, ma in pochi credevano che sarebbe stato possibile. E invece, come per magia, il sogno si è avverato. E il fatto che il nativo di Basilea abbia conquistato l’Australian Open contro Nadal, rende il tutto ancora più bello e speciale. Dopo un 2016 tormentato da una serie di problemi fisici che avevano condizionato il suo rendimento al punto da costringerlo a chiudere anzitempo la stagione (la sua ultima partita dell’anno scorso è stata la semifinale di Wimbledon che ha perso contro Milos Raonic), quasi nessuno avrebbe immaginato che l’elvetico potesse mettere le mani su un altro trofeo dello Slam. E’ stata una vittoria bellissima e assolutamente meritata, dato che Federer, per ottenerla, ha dovuto battere quattro top ten, Tomas Berdych nel terzo turno (6-2 6-4 6-4), Kei Nishikori negli ottavi (6-7 6-4 6-1 4-6 6-3), Stanislas Wawrinka in semifinale (7-5 6-3 1-6 4-6 6-3) e Nadal in finale, oltre a giocatori meno pericolosi ma da non sottovalutare come Jürgen Melzer (7-5 3-6 6-2 6-2) e Noah Rubin (7-5 6-3 7-6), rispettivamente nel primo e nel secondo turno, e Mischa Zverev nei quarti (6-1 7-5 6-2), sciorinando tutto il suo repertorio di pregevoli giocate. Insomma, è stata una cavalcata trionfale, che si è conclusa nel migliore dei modi. Forse neanche il più abile degli sceneggiatori sarebbe stato in grado di scrivere una storia così avvincente ed emozionante.

Roger Federer

Roger Federer

I mesi di inattività, le primavere che passano e che pesano sulle spalle, gli acciacchi fisici e, per ultimo ma non per questo meno importante, l’avversario che Roger ha dovuto affrontare nell’atto conclusivo, il redivivo Nadal, colui il quale lo ha sconfitto ventitré volte, comprese sei finali Slam (quattro al Roland Garros, 2006, 2007, 2008 e 2011, una a Wimbledon, 2008, e una all’Australian Open, 2009), su un totale di trentacinque confronti diretti. Reduce anch’egli da un 2016 tribolato che gli ha riservato poche soddisfazioni, lo spagnolo, resuscitato giusto in tempo per dare vita all’ennesimo epico duello tra due dei tennisti più vincenti di tutti i tempi, partiva favorito in virtù dei precedenti nettamente favorevoli, ma Federer è stato capace di ribaltare il pronostico con una prestazione maiuscola, specialmente nel quinto set, quando ha infilato cinque giochi di fila dopo essere stato sotto di un break. Nel parziale decisivo, Nadal era avanti 3-1, sembrava che ormai fosse destinato ad aggiudicarsi la sfida e battere così per la ventiquattresima volta il rivale di tante battaglie sportive, ma proprio quando pareva spacciato, Federer, dall’alto della sua immensa classe, è salito in cattedra (nell’ottavo game del quinto set ha vinto un incredibile scambio con un magnifico dritto lungolinea in controbalzo che ha strappato applausi a scena aperta), piegando definitivamente la resistenza dell’iberico, che ha nella forza fisica la sua arma migliore, dopo oltre tre ore di gioco, in una partita destinata ad entrare negli annali del tennis. E adesso, dopo averci regalato questa perla, cos’altro ci riserverà Federer prima di ritirarsi dalle competizioni? Difficile dirlo. Innanzitutto ha dichiarato di voler “giocare altri due anni”, e questa è sicuramente un’ottima notizia che farà felici tutti i suoi tifosi e gli amanti del tennis di qualità. Poi chissà che cosa succederà da qui alla fine della sua carriera. Da un tennista del suo calibro ci si può aspettare di tutto, anche che arrivi a venti Slam. Ad ogni modo, una cosa è certa: il re è tornato. Con lui in campo, lo spettacolo non mancherà di sicuro.

Il cielo sopra Bedford Falls

La locandina di "La vita è meravigliosa"

La locandina di “La vita è meravigliosa”

(Attenzione, contiene spoiler) All’inizio del film sentiamo le voci di alcune persone che, nel giorno della Vigilia di Natale, pregano per un certo George Bailey (James Stewart). Le loro preghiere giungono fino in cielo, dove vengono udite dagli angeli, che da lassù osservano le azioni che i comuni mortali compiono sulla Terra. George, nato e residente a Bedford Falls, ha una moglie, Mary Hatch (Donna Reed), e quattro figli, Janie (Carol Coombs), Zuzu (Karolyn Grimes), Pete (Larry Simms) e Tommy (Jimmy Hawkins), e si guadagna da vivere gestendo una cooperativa edilizia, la Bailey Costruzioni e Mutui, che ha ereditato da suo padre, Peter Bailey (Samuel S. Hinds), ma a causa dei gravi problemi economici in cui versa la sua impresa ha intenzione di uccidersi, rinunciando così al bene più prezioso che venga concesso all’uomo: la vita. Manca soltanto un’ora prima che egli si butti giù da un ponte: durante quel lasso di tempo un angelo di seconda classe, Clarence Oddbody (Henry Travers), che sta attendendo da duecento anni di ricevere le ali, viene informato su tutto quello che l’aspirante suicida ha fatto nel corso della sua esistenza, da quando, da bambino, ha salvato suo fratello, Harry (Todd Karns), dall’annegamento fino a quando, da adulto, ha fatto costruire una serie di case per le classi meno abbienti affinché potessero avere un tetto sotto cui vivere. George è sempre stato gentile con tutti, non ha mai fatto del male a nessuno, anzi, si è sempre prodigato per aiutare coloro che si trovassero in difficoltà. Adesso, però, è lui a navigare in cattive acque: suo zio, William Bailey (Thomas Mitchell), ha perso gli ottomila dollari che avrebbero salvato la sua ditta dal fallimento, e George, dopo essersi abbassato a chiedere aiuto, peraltro inutilmente, al perfido e avido Henry F. Potter (Lionel Barrymore), un individuo senza scrupoli che pensa solo ad arricchirsi sulla pelle dei poveri, ha deciso di risolvere i suoi guai finanziari togliendosi di mezzo una volta per tutte. Clarence viene inviato sulla Terra per impedirgli di ammazzarsi, e per portare a buon fine il suo compito l’angelo cerca di fargli capire quanto lui sia importante per gli altri mostrandogli cosa sarebbe successo se non fosse mai venuto al mondo.

James Stewart

James Stewart

Suo fratello non sarebbe mai diventato grande, quindi non avrebbe potuto partecipare come soldato alla Seconda Guerra Mondiale, nel corso della quale ha salvato molte persone diventando un eroe, perché sarebbe affogato da piccolo; sua moglie non si sarebbe mai sposata, condannandosi così a una vita solitaria e infelice; suo zio sarebbe stato ricoverato in manicomio; sua madre (Beulah Bondi) avrebbe tirato a campare gestendo una pensione; l’intera Bedford Falls sarebbe finita sotto il dominio del signor Potter, che perciò avrebbe potuto spadroneggiare a suo piacimento; il farmacista per cui lavorava da bambino, il signor Gower (H. B. Warner), sarebbe stato condannato a vent’anni di prigione per aver involontariamente avvelenato un cliente, e una volta uscito di galera sarebbe diventato un senzatetto, perché nessuno gli avrebbe dato un lavoro in seguito a quella disgrazia che George aveva impedito che succedesse. Dopo aver visto come sarebbero andate le cose senza di lui, George capisce che la sua esistenza non è stata inutile, e si convince che valga la pena di continuare a vivere. Quando torna a casa dalla sua famiglia scopre che tutti i suoi amici sono disposti ad aiutarlo a racimolare il denaro necessario per evitare il tracollo della sua azienda; e mentre tutti cantano felici e contenti, George trova un regalo speciale da parte di Clarence, un libro, “Le avventure di Tom Sawyer”, con una dedica che dice: “Caro George, ricorda che nessun uomo è un fallito se ha degli amici. P.S. Grazie delle ali! Con affetto, Clarence”. Dal suono di una campana George capisce che l’angelo che gli ha fatto tornare la voglia di vivere è finalmente riuscito ad ottenere le tanto agognate ali, e il film finisce così, con il protagonista che ritrova la speranza e la serenità in uno dei finali più struggenti che si siano mai visti e con noi spettatori che versiamo fiumi di lacrime.

Donna Reed e James Stewart

Donna Reed e James Stewart

Realizzato nel 1946, “La vita è meravigliosa” è considerato un classico del cinema natalizio, ma questa definizione è riduttiva, perché si tratta di un’opera senza tempo, dal valore universale, la cui bellezza non viene minimamente scalfita dallo scorrere inesorabile degli anni. Sette decenni dopo, infatti, la pellicola appare più bella che mai, e continua ad appassionare e commuovere, nonostante le ripetute visioni. Frank Capra è in stato di grazia e dirige senza sbagliare un colpo, mentre gli attori si calano con maestria nei rispettivi ruoli regalando interpretazioni degne di nota. Il film, sceneggiato da Capra insieme a Frances Goodrich, Albert Hackett, Jo Swerling e Michael Wilson, inizia come una commedia, per poi trasformarsi in un dramma angosciante e doloroso; ma il passaggio da un tono all’altro avviene senza scompensi e il regista e i suoi sceneggiatori riescono nel miracolo di rendere credibilissimo l’happy end finale dopo aver fatto sprofondare il protagonista nell’angoscia più totale. E pensare che tutto nacque da un racconto scritto da Philip Van Doren Stern, “The Greatest Gift”, che l’autore regalò ai suoi conoscenti per Natale e che sarebbe dovuto diventare un film con Cary Grant nei panni del personaggio principale; ma gli sceneggiatori che vennero incaricati di trarne un copione. tra cui Dalton Trumbo, non riuscirono a cavarne nulla di buono, quindi il progetto finì nelle sapienti mani di Capra, con il risultato che tutti conosciamo. Il cast, come già accennato in precedenza, è ottimo, sia nei ruoli principali che in quelli secondari. Stewart era una garanzia, nessuno meglio di lui poteva incarnare l’uomo comune travolto dalla disperazione che trova la forza per rialzarsi dopo aver toccato il fondo, e infatti la sua prova è magnifica.

James Stewart e Henry Travers

James Stewart e Henry Travers

Bravissima anche la Reed, che non fa affatto rimpiangere Jean Arthur, alla quale il regista avrebbe voluto affidare la parte di Mary per ricomporre con Stewart la coppia di protagonisti degli splendidi “L’eterna illusione” (1938) e “Mr. Smith va a Washington” (1939). Accanto a loro uno stuolo di comprimari di lusso come Henry Travers, Lionel Barrymore, Thomas Mitchell, Beulah Bondi, Gloria Grahame (Violet Bick) e Ward Bond (Bert Jameson), che contribuiscono a rendere memorabili personaggi che si stampano nella memoria dello spettatore. Guardandolo non si direbbe, ma il film, che si svolge durante un inverno nevoso (come si può vedere nell’indimenticabile scena in cui George, ebbro di felicità, corre sotto una fitta nevicata augurando Buon Natale a chiunque incontri sul suo cammino), venne girato in piena estate, in California, in un ranch di proprietà della RKO, nel quale lo scenografo, Jack Okey, diede vita all’immaginaria cittadina di Bedford Falls con tanto di case, negozi e quant’altro servisse per renderla il più vera possibile. All’epoca non fece sfracelli al botteghino e non vinse neanche un Oscar (nonostante avesse avuto cinque nomination: per la regia, il film, l’attore protagonista, il montaggio e il sonoro; le prime quattro statuette andarono a “I migliori anni della nostra vita”, 1946, di William Wyler, la quinta ad “Al Jolson”, 1946, di Alfred E. Green), ma questo non gli ha impedito di diventare un classico intramontabile del cinema americano, a cui sono stati tributati numerosi, per non dire innumerevoli, omaggi in film, telefilm e serie d’animazione. Quest’anno “La vita è meravigliosa” compie settant’anni (l’anteprima americana ebbe luogo a New York il 20 dicembre del 1946), ma non li dimostra affatto. E’ un film immortale che non invecchia mai. E’ uno di quei casi in cui tutto funziona a meraviglia e non c’è un solo ingranaggio fuori posto. Da vedere e rivedere all’infinito. Con una bella scorta di fazzoletti, naturalmente.

VOTO: 10/10 

F come falso – Verità e menzogne

La locandina di "Rashōmon"

La locandina di “Rashōmon”

(Attenzione, contiene spoiler) Dunque, cerchiamo di andare con ordine, anche se non è facile, dato che la vicenda è alquanto ingarbugliata. Mentre sta piovendo come Dio la manda, un monaco (Minoru Chiaki) e uno spaccalegna (Takashi Shimura) sono seduti sotto la Porta di Rashô, a Kyoto, con lo sguardo fisso nel vuoto, come se avessero la testa da tutt’altra parte. «Non capisco… proprio non capisco» dice il secondo continuando a fissare un punto indefinito davanti a sé. Nel frattempo arriva un uomo (Kichijiro Ueda), che cerca riparo dalla pioggia che continua a scendere impetuosa. Nell’attesa che spiova, il taglialegna e il religioso raccontano al viandante un tragico fatto avvenuto tre giorni prima: l’omicidio di un samurai, Takehiro Kanazawa (Masayuki Mori), il cui corpo privo di vita è stato trovato dal boscaiolo mentre questi si stava inoltrando nella foresta per fare legna. Attraverso una serie di flashback scopriamo che un brigante noto per la sua ferocia, Tajōmaru (Toshiro Mifune), sotto interrogatorio ha confessato di essere l’autore del delitto e, inoltre, di aver stuprato la moglie del defunto, Masako (Machiko Kyo). Il caso, però, si è complicato quando quest’ultima ha affermato di essere stata lei ad uccidere suo marito, trafiggendolo con un pugnale intarsiato di perle, smentendo così la confessione del bandito. La faccenda è diventata ancora più confusa quando il morto, tramite una medium (Fumiko Honma), ha dato la sua versione dei fatti, sostenendo di essersi suicidato. Quindi, chi è il colpevole? Il malvivente? O la donna? Oppure il samurai si è ucciso con le sue mani? Il mistero si infittisce ulteriormente allorché la narrazione torna al presente e il boscaiolo rivela di aver visto con i suoi occhi che Tajōmaru e Takehiro, istigati da Masako, si sono sfidati in un lungo duello al termine del quale il primo ha ammazzato il secondo. Sarà vero, oppure il taglialegna sta mentendo un’altra volta, come quando ha detto di aver trovato casualmente il cadavere nella foresta? Insomma, a questo punto, a chi dobbiamo credere? Al brigante, alla donna, al samurai o al boscaiolo? L’impressione è che abbiano mentito tutti e quattro. Ognuno ha raccontato l’episodio come più gli facesse comodo. Perciò è meglio non credere a nessuno di loro. Forse si potrebbe arrivare alla verità, o quantomeno a qualcosa che le si avvicini il più possibile, mettendo insieme i vari pezzi delle quattro storie, come se si dovesse comporre un puzzle, anche se è difficile distinguere ciò che è vero da ciò che è falso nelle dichiarazioni dei personaggi coinvolti nella morte del samurai.

Toshiro Mifune

Toshiro Mifune

Come si fa a capire cosa sia veramente successo basandosi sulle affermazioni di persone così poco affidabili? La verità, per farla breve, è inafferrabile. Tutti dicono bugie. Tutti sono egoisti. Tutti pensano solo a se stessi e se ne fregano degli altri. L’unica cosa certa è che c’è un cadavere, ma chi sia il colpevole, non si sa. Non ci sono certezze, ma soltanto dubbi nel dodicesimo film di Akira Kurosawa, che firma la sceneggiatura a quattro mani con Shinobu Hashimoto e che prende le mosse da due racconti di Ryunosuke Akutagawa (1892 – 1927), “Rashōmon” (1915) e “Nel bosco” (1921), per fornire una visione pessimistica del mondo, precipitato in una spirale di bugie, che però nel finale si apre alla speranza, con lo spaccalegna che decide di prendersi cura di un neonato abbandonato dai suoi genitori, un gesto che al monaco restituisce un po’ di fiducia nel genere umano. Dall’alto del suo genio, il maestro giapponese ci regala una formidabile lezione di cinema, realizzando un’opera perfetta, senza la benché minima sbavatura, talmente moderna e in anticipo sui tempi da sembrare uscita ieri, e che è stata fonte di ispirazione per intere generazioni di registi che l’hanno copiata, omaggiata e citata tante di quelle volte da perderne il conto (“Sotto la bandiera del Sol Levante”, 1972, di Kinji Fukasaku, “Omicidio in diretta”, 1998, di Brian De Palma e “Una separazione”, 2011, di Asghar Farhadi sono solo alcuni dei film che, probabilmente, non sarebbero mai esistiti senza “Rashōmon”, 1950). Mirabile la regia, con la cinepresa che segue i protagonisti nei tre luoghi in cui si svolge l’azione (la Porta di Rashô, la foresta e il cortile del tribunale) con movimenti incessanti e frenetici (come nella memorabile scena in cui il legnaiolo cammina nella selva e all’improvviso si imbatte nella salma del samurai), e splendido il cast, in cui svettano due volti ricorrenti nella filmografia di Kurosawa, Mifune e Shimura, scatenato e incontenibile il primo, controllato e misurato il secondo, ai quali si aggiungono l’eccellente Mori e l’affascinante ed enigmatica Kyo. 

Machiko Kyo

Machiko Kyo

Vincitore, nel 1951, del Leone d’oro alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e, nel 1952, dell’Oscar per il Miglior Film Straniero, “Rashōmon” è un giallo avvincente e senza soluzione (al regista non interessa stabilire chi sia l’assassino, ma indagare la natura umana), un poliziesco appassionante in cui i punti di vista si moltiplicano vertiginosamente (la testimonianza del defunto, che sembra provenire da un horror, mette i brividi), un rompicapo raccontato a colpi di flashback (la struttura narrativa, basata sul tentativo di sciogliere il mistero intorno a cui gira l’intera trama, è mutuata da “Quarto potere”, 1941, di Orson Welles) che riesce a catturare l’attenzione dello spettatore dall’inizio alla fine, affidandogli il compito di sbrogliare l’intricata matassa, rendendolo così partecipe della storia narrata. Il rifacimento in salsa western diretto da Martin Ritt nel 1964, intitolato “L’oltraggio”, con Paul Newman, Edward G. Robinson, Claire Bloom e Laurence Harvey, non si avvicina nemmeno lontanamente alla bellezza dell’originale, che rimane ineguagliabile. Per rendere l’idea di quanto sia grande questo film, basti dire che Ingmar Bergman definì “La fontana della vergine” (1960), una delle pellicole più belle e significative del visionario autore svedese, «una miserabile imitazione di “Rashōmon”». Dopo aver girato questa pietra miliare, che tra i tanti meriti ebbe anche quello di rivelare al mondo il folgorante talento registico di Kurosawa e quello recitativo di Mifune, il cineasta nipponico si dedicò alla trasposizione cinematografica de “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij, con Mifune, Mori e Shimura ancora come protagonisti: ne venne fuori un altro film straordinario, che però fu massacrato dai produttori, che lo tagliarono brutalmente, lasciando il rimpianto di non poter vedere il film esattamente come lo aveva pensato e realizzato Kurosawa.

VOTO: 10/10

Andy Murray: il tennista che fa collezione di finali Slam perse

Andy Murray

Andy Murray

La sconfitta che ha rimediato contro Novak Djokovic nell’atto conclusivo dell’ultimo Roland Garros ha consentito a Andy Murray di compiere la poco invidiabile impresa di perdere l’ottava finale Slam della sua carriera su un totale di dieci disputate. Australian Open 2010, 2011, 2013, 2015 e 2016, Roland Garros 2016, Wimbledon 2012 e US Open 2008: questo è il lungo elenco delle finali Slam perse da Murray, che quando è giunto all’ultimo atto di un Major è riuscito a imporsi soltanto in un paio di occasioni, US Open 2012 e Wimbledon 2013. Due sole vittorie su dieci tentativi è un bilancio che definire disastroso è poco. A causa della sua propensione alla sconfitta, alcuni gli hanno affibbiato l’etichetta di “magnifico perdente”. Per completezza di cronaca, va detto che nella bacheca di Murray, nato a Glasgow il 15 maggio del 1987, oltre alle due sopracitate prove del Grande Slam ci sono anche trentaquattro tornei del circuito ATP (su quarantasei finali), tra cui Cincinnati nel 2008 e 2011, Miami nel 2009 e 2013, Madrid nel 2008 e 2015 e Roma nel 2016, un oro olimpico, a Londra, nel 2012, e una Coppa Davis, nel 2015, che ha vinto quasi da solo, dato che ha trascinato la Gran Bretagna al successo aggiudicandosi tutte le undici partite, otto di singolare e tre di doppio (in coppia con suo fratello maggiore, Jamie), che ha disputato; ma se andrà avanti di questo passo, Andy rischierà di essere ricordato più per le sue sconfitte che per le sue vittorie, e non è da escludere che un giorno, quando avrà smesso di giocare, qualcuno scriverà un libro sui suoi insuccessi, intitolandolo “Andy Murray: il tennista che faceva collezione di finali Slam perse”. A sua parziale scusante, bisogna dire che in tutte le finali Slam in cui si è dovuto arrendere ha sempre affrontato rivali di alto livello come Federer (tre volte: US Open 2008, Australian Open 2010 e Wimbledon 2012) e Djokovic (cinque volte: Australian Open 2011, 2013, 2015 e 2016, Roland Garros 2016), quindi non ha perso contro avversari abbordabili e nettamente alla sua portata, ma contro giocatori di grosso calibro, complessivamente più forti di lui.

Andy Murray

Andy Murray

Dei cosiddetti Fab Four dell’attuale epoca tennistica, ossia Roger Federer, Novak Djokovic, Rafael Nadal e, per l’appunto, Murray, il ventinovenne scozzese è quello che gode di minor considerazione. Viene naturale paragonarlo a Ringo Starr, il batterista dei Beatles che si doveva accontentare di quel poco che gli lasciavano gli altri tre fenomeni che componevano il formidabile quartetto di Liverpool, ossia John Lennon, Paul McCartney e George Harrison. Così come Ringo, anche il buon Andy si deve accontentare di quel poco che gli lasciano gli altri tre fuoriclasse della racchetta. Può darsi che sia un caso, ma i suoi più grandi successi, US Open, Wimbledon e l’oro olimpico, il britannico li ha ottenuti nel periodo in cui è stato allenato da Ivan Lendl, l’ex campione cecoslovacco naturalizzato statunitense che ha vinto otto Slam (tre Roland Garros, nel 1984, 1986 e 1987, tre US Open, nel 1985, 1986 e 1987, e due Australian Open, nel 1989 e 1990) su diciannove finali. Sarà forse per questo motivo che Murray ha nuovamente sentito l’esigenza di rivolgersi a Lendl, nella speranza che quest’ultimo, con la sua esperienza e sagacia tattica, lo faccia tornare a vincere i titoli più prestigiosi, quelli che regalano l’immortalità tennistica, ovvero gli Slam. Il rinnovato binomio Murray-Lendl, per il momento, ha permesso al primo di conquistare il Queen’s per la quinta volta nella sua carriera, diventando così il giocatore che vanta il maggior numero di trionfi nel suddetto torneo sull’erba in preparazione di Wimbledon che si svolge ogni anno a Londra in un circolo ricco di fascino e che profuma di antico. Ai tempi della loro prima collaborazione, Lendl aveva contribuito ad apportare dei significativi cambiamenti nel gioco di Murray, trasformandolo in un tennista più aggressivo da fondo campo, in modo che fosse lui a dettare il ritmo degli scambi per evitare di essere schiacciato dalla pressione dell’avversario. Adesso che i due sono tornati a lavorare insieme, vedremo se Lendl riuscirà ad aiutare Murray a scrollarsi di dosso l’etichetta di “magnifico perdente”. 

Love Will Tear Us Apart

La locandina di "Il dottor Zivago"

La locandina di “Il dottor Zivago”

Sontuoso e appassionante, epico e commovente, “Il dottor Zivago”, trasposizione cinematografica dell’omonimo e famosissimo romanzo di Boris Pasternak diretta da David Lean nel 1965, è uno spettacolo che lascia ammirati e senza fiato. Con buona pace dei detrattori, che gli rimproverano di essere troppo melenso e di aver incentrato gran parte della storia sulla travolgente passione amorosa tra Jurij e Lara, lasciando in secondo piano la Prima Guerra Mondiale e la Rivoluzione Russa, i due avvenimenti storici che fanno da sfondo alle vicissitudini dei protagonisti del film. Ma siamo sicuri che, come sostengono alcuni, i due succitati eventi siano stati trattati superficialmente? A modesto parere di chi scrive, no. Sia il Primo Conflitto Mondiale che la Rivoluzione d’Ottobre, infatti, sono ben presenti nel racconto e la sceneggiatura concede loro il giusto spazio. Che poi David Lean e il suo sceneggiatore, Robert Bolt, abbiano dato più risalto alla travagliata storia d’amore tra i due protagonisti è vero, ma ciò non vuol dire che gli accadimenti che si verificano durante la loro relazione sentimentale siano stati ridotti a mero contorno. Sul piano registico “Il dottor Zivago” è formidabile: Lean era un autentico maestro nel creare film dal notevole impatto spettacolare (basti pensare al mitico “Il ponte sul fiume Kwai”, 1957, al monumentale “Lawrence d’Arabia”, 1962, al sottovalutato “La figlia di Ryan”, 1970, e al bellissimo “Passaggio in India”, 1984), e qui non smentisce la sua fama di cineasta abile a realizzare inquadrature ad ampio respiro riprendendo gli splendidi paesaggi in cui si svolge la vicenda con campi lunghi mozzafiato e che hanno fatto scuola al punto da essere stati presi a modello da altri registi, come Anthony Minghella (“Il paziente inglese”, 1996, e “Ritorno a Cold Mountain”, 2003) e Baz Luhrmann (“Australia”, 2008), che in seguito hanno provato a far rivivere il grande cinema classico dell’autore britannico senza tuttavia riuscire ad eguagliarlo. Esemplari, a tal proposito, due scene: quella del funerale della madre di Zivago e quella in cui il dottore guarda la slitta su cui viaggia la sua amata allontanarsi verso l’orizzonte, due momenti memorabili che dimostrano quanto Lean fosse a suo agio nel filmare i panorami sterminati.

Omar Sharif

Omar Sharif

Il cast è di alto livello e ricco di nomi importanti: l’unico a non convincere pienamente è Omar Sharif (Jurij Zivago), che ha una gamma espressiva piuttosto limitata, risultando a tratti legnoso e impacciato; ma Rod Steiger (Viktor Komarovskij), Alec Guinness (generale Evgraf Zivago), Tom Courtenay (Paša Antipov / Strel’nikov), Ralph Richardson (Aleksandr Gromeko) e Klaus Kinski (Kostoed Amurskij) sono eccellenti nei loro ruoli (tanto che quando compaiono in scena insieme all’attore egiziano rischiano di “mangiarselo”), e anche Julie Christie (Larisa “Lara” Antipova), Geraldine Chaplin (Tonja Gromeko) e Rita Tushingham (la ragazza interrogata dal generale Evgraf Zivago) adempiono al loro compito in maniera impeccabile. E pensare che per la parte della giovane Lara, Carlo Ponti, produttore del film, avrebbe voluto l’allora trentunenne Sophia Loren: ma quest’ultima come poteva, a quell’età, essere credibile nei panni di una diciassettenne? Meno male che Lean si oppose alla volontà di Ponti e che preferì scegliere la meravigliosa Julie Christie per impersonare Lara. All’epoca la Christie, con i suoi occhi azzurri come il mare e i suoi capelli biondi come il grano, era di una bellezza incomparabile, tanto da essere, secondo chi scrive, la più bella attrice mai apparsa sugli schermi cinematografici. Con il suo fascino etereo e senza tempo, la Christie batte la concorrenza di colleghe del calibro di Ingrid Bergman, Brigitte Bardot, Ava Gardner, Gene Tierney, Natalie Wood, Catherine Deneuve e Charlotte Rampling, che, pur essendo incantevoli, in una classifica sulle più affascinanti dive del cinema mondiale si dovrebbero accontentare di lottare per il secondo posto.

Julie Christie

Julie Christie

Ragguardevole anche l’apporto del reparto tecnico, dal direttore della fotografia, Freddie Young, che sfrutta magnificamente il formato Panavision, agli scenografi, John Box, Terence Marsh e Dario Simoni, che nel ricostruire in Spagna, Finlandia e Canada la Russia dell’inizio del ventesimo secolo compiono uno straordinario lavoro che raggiunge l’apice nella creazione del palazzo ghiacciato (un capolavoro di rara magnificenza che rimane impresso nella memoria dello spettatore) in cui si rifugiano i due innamorati per vivere il loro amore proibito, passando per la costumista, Phyllis Dalton, a cui si devono gli impeccabili abiti di scena indossati dai protagonisti. Non si può parlare di questa imponente opera senza spendere due parole sulle sublimi musiche composte da Maurice Jarre, che qui firma la partitura più trascinante e struggente della sua carriera (il celeberrimo “Tema di Lara” scioglierebbe anche il cuore più duro), dando così un contributo fondamentale all’ottima riuscita del film, che grazie alle immortali melodie del compositore francese e alla magistrale regia di Lean rappresenta uno degli esempi migliori del connubio tra musica e immagini. L’insieme di tutti questi elementi contribuisce a fare del “Dottor Zivago” un kolossal grandioso, premiato da un considerevole successo di pubblico e vincitore, nel 1966, di cinque Oscar (Miglior Sceneggiatura Non Originale, Miglior Colonna Sonora, Migliori Costumi, Miglior Fotografia e Miglior Scenografia), che contiene diverse scene indimenticabili, come quella della pacifica manifestazione di protesta repressa nel sangue e quella del tram (quest’ultima genialmente citata da Nanni Moretti in “Palombella rossa”, 1989), e che a distanza di tanti anni riesce ancora ad emozionare e coinvolgere profondamente, tenendo incollati allo schermo per oltre tre ore senza annoiare mai.

VOTO: 8/10

Agnieszka Radwanska: Il Violino di Cracovia

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

Vedendo la facilità con cui esegue i colpi al limite dell’impossibile e l’eleganza e la leggerezza con cui si muove in campo, viene naturale chiedersi come sia possibile che una tennista così talentuosa non abbia ancora vinto nemmeno una prova dello Slam. Stiamo parlando di Agnieszka Radwanska, nata a Cracovia il 6 marzo del 1989, che, nonostante abbia una mano fatata, per l’appunto non è ancora riuscita a trionfare in nessuno dei quattro Major, Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open, che si disputano ogni anno, rispettivamente a Melbourne, Parigi, Londra e New York. Il caso della Radwanska è la dimostrazione che nello sport non sempre vincono gli atleti più bravi. Purtroppo, verrebbe da dire. Come ben sanno gli addetti ai lavori e gli appassionati, avere talento non basta per imporsi sugli avversari. Basti pensare, ad esempio, alla formidabile Nazionale di calcio olandese degli anni Settanta, che con i suoi schemi innovativi ha rivoluzionato il mondo del pallone e che schierava nelle proprie fila fuoriclasse del calibro di Johan Cruijff, che incredibilmente non ha vinto né un Mondiale né un Europeo. Tornando al tennis, se il talento fosse sufficiente per sbaragliare la concorrenza, il geniale John McEnroe, che quando impugnava la racchetta era capace di fare cose che noi umani non possiamo neanche immaginare, avrebbe sempre battuto Bjorn Borg, Jimmy Connors e Ivan Lendl, i suoi tre più grandi rivali. Anche il fenomenale Roger Federer, dall’alto della sua immensa classe, dovrebbe sconfiggere senza troppi problemi Novak Djokovic e Rafael Nadal; e invece non è così, dal momento che lo svizzero dal braccio d’oro trova sempre grandi difficoltà sia contro il serbo che contro lo spagnolo. Se continua così, la Radwanska rischia di fare la stessa fine di Henri Leconte e Miloslav Mecir, due tennisti molto talentuosi che hanno chiuso la loro carriera senza aggiudicarsi neppure uno Slam.

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

La ricamatrice polacca, per ora, è andata vicina a centrare il bersaglio grosso una sola volta, quando, nel 2012, si è dovuta arrendere in tre set a Serena Williams nella finale di Wimbledon, il torneo più prestigioso del mondo, quello che tutti i tennisti sognano di conquistare, nel quale la Nostra vanta anche due semifinali, nel 2013 e nel 2015, perse rispettivamente contro Sabine Lisicki e Garbiñe Muguruza. Alla leggiadra Agnieszka il tempo per sfatare il tabù Slam non manca di certo, ma se non dovesse riuscirci sarebbe un vero peccato. Come detto in precedenza, Aga è capace di eseguire colpi ad altissimo coefficiente di difficoltà, come la demi-volée no look, la volée stoppata con l’effetto a rientrare o la finta palla corta, con una naturalezza disarmante, lasciando gli spettatori a bocca aperta. Colpi del genere le sue colleghe, essendo tecnicamente meno dotate, non se li possono nemmeno sognare. Un’altra grande peculiarità della Radwanska è quella di colpire la palla, sia di dritto che di rovescio, in genuflessione, una particolarità che, lungi dall’essere un mero sfoggio atletico, le permette di non perdere centimetri preziosi nei confronti delle avversarie, specialmente quelle che picchiano come dei martelli, che lei manda in tilt tessendo una fitta ragnatela di colpi uno diverso dall’altro, un’abilità che le è valsa il soprannome di “Tessitrice”. Un altro soprannome che le è stato dato è quello di “Professoressa”, per la sua straordinaria intelligenza tattica, che le consente di competere contro quelle giocatrici che tirano molto forte e che hanno un fisico imponente, al contrario di lei che gioca di tocco e che ha una corporatura normale.

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

Certuni sostengono che la filiforme Agnieszka, che è alta 1 metro e 73 centimetri e che pesa 56 kg, sia troppo magra per reggere gli scambi con le cosiddette “picchiatrici”, alcune delle quali, essendo alte come dei lampioni e avendo dei muscoli ben sviluppati, fisicamente la sovrastano; ma se aumentasse la massa muscolare, la libellula polacca, probabilmente, perderebbe parte della sua elasticità, e sarebbe un peccato, visto che uno dei suoi punti di forza è l’agilità dei suoi movimenti. La sua grande rapidità negli spostamenti laterali e frontali le permette di effettuare dei recuperi incredibili, al punto da essere considerata una delle migliori del circuito nella fase difensiva. Nel suo palmarès figurano diciotto titoli in singolare, da Stoccolma nel 2007 a Shenzhen nel gennaio di quest’anno, passando per, tra gli altri, Pechino nel 2011, Miami nel 2012 e Montreal nel 2014, e due in doppio, Istanbul nel 2007 e Miami nel 2011, rispettivamente in coppia con sua sorella minore, Urszula, e Daniela Hantuchova. L’apice della sua carriera lo ha raggiunto il primo novembre del 2015, quando ha trionfato alle WTA Finals di Singapore, in cui si sfidavano le migliori otto giocatrici del mondo, sconfiggendo in finale Petra Kvitova, dopo aver battuto in semifinale Garbiñe Muguruza, al termine di un incontro combattuto ed entusiasmante, e aver perso due partite su tre nel girone (un’impresa mai riuscita a nessuna prima di lei), contro Maria Sharapova e Flavia Pennetta, ottenendo la qualificazione alla seconda fase del torneo grazie alla vittoria in due set su Simona Halep, annichilita a suon di magie (vedere per credere il tie-break del primo set, in cui la polacca ha rimontato uno svantaggio di 1-5 con una serie di prodezze, tra cui un paio di veroniche di rara bellezza stilistica), e al set strappato alla Sharapova nel primo match.

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

E a proposito di magie: la Radwanska è famosa per i suoi colpi geniali e, come detto all’inizio, al limite dell’impossibile, tanto da essere stata soprannominata “La Maga”. A noi, però, piace chiamarla “Il Violino di Cracovia”, per l’eccezionale sensibilità che ha nella mano e per la grazia dei suoi gesti tecnici, che la fanno sembrare una violinista dal tocco delicato e raffinato. Vederla muoversi leggera come una farfalla, correre con l’agilità di una gazzella, passare dalla fase difensiva a quella offensiva all’interno dello stesso scambio, alternare colpi piatti e tagliati, disegnare traiettorie precise e insidiose, aprire gli angoli, inginocchiarsi per colpire di controbalzo, rialzarsi scattando come una molla, andare a prendersi il punto a rete con una volée da manuale, usare la racchetta come un fioretto è uno spettacolo che riempie gli occhi. “Aga la Maga” possiede un invidiabile bagaglio tecnico: guardarla giocare è meraviglioso, sembra di fare un viaggio a ritroso nel tempo. Assistere alle sue partite, come quella contro Victoria Azarenka all’Australian Open di due anni fa, in cui ha impartito una severa lezione alla bielorussa annientandola nel primo e nel terzo set (6-1 5-7 6-0 il punteggio in suo favore) con una sequela di giocate da antologia, o quella contro Roberta Vinci a Doha nel febbraio di quest’anno, in cui ha sciorinato tutto il suo repertorio incantando il pubblico con i suoi numeri d’alta scuola, è come fare un tuffo nel passato, quando ancora si giocava con le racchette di legno e contava soprattutto la manualità, non la forza fisica, come invece avviene oggi. Il giorno in cui Agnieszka deciderà di ritirarsi dalle competizioni, difficilmente ci sarà qualcuna in grado di eguagliarne lo stile.

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

Nel panorama del tennis contemporaneo, sempre più dominato dalla potenza a scapito della tecnica, la Radwanska, con il suo gioco fantasioso e imprevedibile, i suoi improvvisi cambi di ritmo, i suoi fulminei attacchi in controtempo, i suoi splendidi ricami, le sue continue variazioni e le sue armoniose movenze da ballerina, rappresenta una felice eccezione, un caso quasi più unico che raro: pur non avendo la potenza delle picchiatrici, da tennista atipica qual è, preferisce giocare sulle superfici veloci, dove può sfruttare la velocità dei colpi altrui per colpire la palla di controbalzo, esibendo un’elasticità fuori dal comune, come se avesse le articolazioni snodabili. A ventisette anni, Aga, che si contraddistingue anche per il suo comportamento sempre corretto (a differenza di tante sue colleghe, non urla come un’isterica quando colpisce la pallina e non esulta come una matta sugli errori delle avversarie), è nel pieno della sua maturità sportiva: il suo obiettivo, come ha dichiarato lei stessa, è quello di trionfare in uno Slam, sfruttando finalmente appieno il talento che Madre Natura le ha elargito. A parte una seconda di servizio troppo debole e facilmente attaccabile, sul piano tecnico non ha difetti. Il suo problema è che ha dei limiti caratteriali, a causa dei quali ha sprecato tante occasioni favorevoli. Le manca un po’ di grinta e di cattiveria agonistica: in certi frangenti delle partite dovrebbe essere più aggressiva, potrebbe scendere a rete più spesso per chiudere il punto invece di continuare a scambiare da fondo campo; ma chissà che prima o poi non le riesca la magia di portare a casa un trofeo dello Slam, magari in quel di Londra, nel tempio di Wimbledon, dato che l’erba è la sua superficie preferita, quella su cui gioca meglio e che esalta maggiormente le sue caratteristiche di giocatrice d’altri tempi. Per realizzare il suo scopo, Agnieszka dovrà usare la racchetta come una bacchetta magica e stregare le avversarie con i suoi incantesimi da Maga.

Lingue d’allodola in gelatina

La copertina di "Larks' Tongues in Aspic"

La copertina di “Larks’ Tongues in Aspic”

Dopo aver pubblicato il bellissimo “Islands” (1971) ed essersi esibiti in una serie di concerti (testimoniati in un disco dal vivo, “Earthbound”, 1972), i King Crimson si sciolgono e Robert Fripp, fondatore e unico superstite dello storico gruppo britannico, si ritrova con il problema di dover sostituire musicisti del calibro di Boz Burrell (cantante e bassista), Ian Wallace (batterista) e Mel Collins (flautista e sassofonista). Per rimpiazzare questi ultimi, il Dittatore Illuminato assolda John Wetton (fuoriuscito dai Family) al basso e alla voce, Bill Bruford (proveniente dagli Yes) alla batteria, Jamie Muir alle percussioni e David Cross al violino, alla viola, al mellotron e al flauto. Insieme a questi strumentisti di grande levatura, Fripp incide il quinto disco della band, “Larks’ Tongues in Aspic” (1973), che segna un punto di svolta nella loro fenomenale carriera. Rispetto agli LP precedenti, “In the Court of the Crimson King” (1969), “In the Wake of Poseidon” (1970), “Lizard” (1970) e il succitato “Islands”, “Larks’ Tongues in Aspic” presenta delle sonorità più aspre: questo deciso cambiamento nel suono del gruppo è dovuto alla decisione di Fripp di porre la sua chitarra elettrica al centro della musica prodotta dalla nuova incarnazione del Re Cremisi. Inoltre, Cross, con il suo violino, contribuisce in modo determinante ad allargare gli orizzonti sonori dei King Crimson; ma anche gli altri ultimi arrivati svolgono un ruolo importante nel nuovo corso della band, che da qui in poi trova un equilibrio che in precedenza era sempre mancato e che porta Fripp & Co. a raggiungere risultati qualitativamente eccellenti, a cominciare da questo splendido album, che contiene sei tracce, tre strumentali e tre cantate, con i testi firmati da Richard Palmer-James, che, dopo aver militato come chitarrista nei Supertramp all’epoca del loro omonimo disco d’esordio (1970), prende il posto del precedente paroliere dei King Crimson, Peter Sinfield.

Jamie Muir, Bill Bruford, Robert Fripp, David Cross e John Wetton

Jamie Muir, Bill Bruford, Robert Fripp, David Cross e John Wetton

A dare fuoco alle polveri ci pensa la prima parte della title-track, la cui durata supera i tredici minuti e che, con le sue continue variazioni di ritmo e di tono, ci dà subito l’idea di cosa ci aspetterà da qui alla fine dell’LP. In questo mirabolante e suggestivo pezzo, i King Crimson si esprimono al massimo del loro potenziale, con il violino di Cross che la fa da padrone e la chitarra di Fripp che ruggisce come un leone in gabbia. Esemplari anche le percussioni di Muir, la batteria di Bruford e il basso di Wetton, i cui contributi risultano imprescindibili. Non fa in tempo a finire la canzone più lunga dell’album che subito inizia quella più corta: “Book of Saturday”, un gioiello che dura poco meno di tre minuti e che emana una luce accecante, con il violino di Cross e la chitarra di Fripp che creano una melodia sublime che delizia le orecchie dell’ascoltatore. Il lato A termina con la struggente “Exiles”, con Cross che sale in cattedra con una prova magistrale che fa venire la pelle d’oca ogni volta che la si ascolta; ma sono rimarchevoli anche l’esecuzione vocale di Wetton (che in questo brano, oltre all’abituale basso, suona anche il pianoforte), la cui voce è paragonabile a quella di Greg Lake, e l’assolo conclusivo di Fripp, il quale suggella da par suo la canzone. Il lato B si apre con “Easy Money”, che si muove su territori consueti; ma, tanto per cambiare, ci pensa Fripp, con la sua inconfondibile chitarra (il suo assolo, inutile dirlo, è da antologia), a rendere speciale una canzone che in altre mani sarebbe stata bella ma niente di più.

John Wetton

John Wetton

Con la quinta traccia, “The Talking Drum”, il disco vola sempre più in alto, per merito delle grandiose prestazioni fornite dai cinque membri del gruppo, che qui mettono in mostra un affiatamento stupefacente, conferendo al pezzo un’atmosfera selvaggia e misteriosa, oltre che un ritmo implacabile e avvincente. La seconda parte della title-track chiude l’album col botto: la chitarra di Fripp e il violino di Cross sono sempre sugli scudi, ma anche la batteria di Bruford, che detta i tempi con la precisione di un metronomo, concorre a creare un brano di egregia fattura e che ci lascia sazi e soddisfatti come al termine di un pranzo luculliano. Il possente basso e la calda voce di Wetton, la tagliente chitarra di Fripp, la virtuosistica batteria di Bruford, il commovente violino di Cross e le geniali percussioni di Muir fanno di questo disco una pietra miliare che non può assolutamente mancare nella collezione di ogni appassionato di musica rock. Sebbene abbia parecchi anni sulle spalle, “Larks’ Tongues in Aspic” (titolo inventato da Muir, traducibile con “Lingue d’allodola in gelatina”) non risente minimamente dello scorrere del tempo; è un lavoro pregevole e senza sbavature, duro ed elegante, aggressivo e raffinato, cesellato e curato nei minimi dettagli, che non ha perso nulla del suo fascino e che suona modernissimo ancora oggi. I King Crimson, qui, sono in forma smagliante e non sbagliano neanche un colpo. La grande vena creativa della band produrrà altri due album fondamentali, “Starless and Bible Black” (1974) e “Red” (1974), dopo i quali il Re Cremisi si prenderà una lunga pausa per poi tornare, agli inizi degli anni Ottanta, con una nuova formazione che darà alle stampe tre ottimi dischi, “Discipline” (1981), “Beat” (1982) e “Three of a Perfect Pair” (1984).

VOTO: 10/10

La campana della discordia

La copertina di "The Division Bell"

La copertina di “The Division Bell”

Per vent’anni “The Division Bell” (1994) è stato l’ultimo disco di materiale inedito pubblicato dai Pink Floyd, fino a quando non è uscito il tanto criticato “The Endless River” (2014), che dovrebbe essere il canto del cigno del leggendario gruppo inglese, almeno stando a quanto dichiarato da David Gilmour. Realizzato sette anni dopo il trascurabile “A Momentary Lapse of Reason” (1987), “The Division Bell” ha il piccolo merito di riportare i Pink Floyd a un discreto livello qualitativo, risultando più gradevole all’ascolto del monotono e incolore predecessore. Pur essendo molto lontano dai gloriosi fasti del passato, l’album scivola via senza grandi intoppi e contiene alcuni spunti interessanti. Rick Wright, dopo aver partecipato come collaboratore esterno al lavoro precedente, torna a far parte a tutti gli effetti della band, cosa che non succedeva dai tempi di “Animals” (1977), e oltre a suonare il piano e le tastiere risulta tra gli autori di cinque canzoni, tra cui “Wearing the Inside Out”, della quale è anche cantante. La parte del leone, naturalmente, la fa Gilmour, che in seguito all’abbandono di Roger Waters ha preso in mano le redini del gruppo imprimendo il suo inconfondibile marchio sullo stile dei Pink Floyd. La sua chitarra, riconoscibilissima, è onnipresente, e rende il disco tutto sommato piacevole. Non ci sono brani memorabili che rimangono impressi nella mente, ma, come detto in precedenza, il livello generale è discreto e durante l’ascolto non ci si annoia. La traccia che si ricorda maggiormente è l’ultima, “High Hopes”, la canzone più lunga e oscura del lotto, accompagnata dal primo all’ultimo secondo da un sinistro suono di campane, che Gilmour conclude alla sua maniera, ossia con uno splendido assolo di chitarra, con le note tirate fino allo spasimo come piace tanto a lui, che ricorda quelli che lo hanno reso uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi. Da segnalare anche le grintose “What Do You Want from Me” e “Keep Talking”, ma pure le altre canzoni non sono male, nonostante qua e là affiorino banalità che dai Pink Floyd non ci si aspetterebbe mai, come, ad esempio, “Take It Back”, un pezzo che addirittura richiama il pop rock degli U2, cosa decisamente insolita per Gilmour e soci. 

Nick Mason, David Gilmour e Rick Wright

Nick Mason, David Gilmour e Rick Wright

Non mancano, come al solito, i brani strumentali, tipo l’iniziale “Cluster One” e la suggestiva “Marooned”, che però, per quanto belli, non reggono il confronto con quelli che i Pink Floyd facevano all’epoca di Syd Barrett e Roger Waters, entrambi evocati nei versi di “Poles Apart” (“Did you know… it was all going to go so wrong for you / And did you see it was all going to be so right for me / Why did we tell you then / You were always the golden boy then / And that you’d never lose that light in your eyes / Hey you… did you ever realise what you’d become / And did you see that it wasn’t only me you were running from / Did you know all the time but it never bothered you anyway / Leading the blind while I stared out the steel in your eyes / The rain fell slow, down on all the roofs of uncertainty / I thought of you and the years and all the sadness fell away from me / And did you know… / I never thought that you’d lose that light in your eyes”). L’ex bassista, inoltre, fa capolino nelle parole di “A Great Day for Freedom”, una canzone che parla della caduta del Muro di Berlino (“On the day the wall came down / They threw the locks onto the ground / And with glasses high we raised a cry for freedom had arrived / On the day the wall came down / The Ship of Fools had finally run aground / Promises lit up the night like paper doves in flight”), impreziosita dalle note del pianoforte di Wright e da un bell’assolo finale di chitarra (è persino superfluo dire di chi), e “Lost for Words”, in cui Gilmour tenta di seppellire l’ascia di guerra contro l’ex leader del gruppo (“So I open my door to my enemies / And I ask could we wipe the slate clean / But they tell me to please go fuck myself / You know you just can’t win”), che lo aveva progressivamente relegato in un ruolo di secondo piano. Insomma, tra alti e bassi, i Pink Floyd, nonostante una certa prevedibilità di fondo, ci regalano undici pezzi gradevoli che, tuttavia, non lasciano un segno indelebile nella Storia della Musica. Per farla breve, questo disco nulla aggiunge e nulla toglie alla loro straordinaria carriera.

David Gilmour

David Gilmour

Chiudiamo con qualche curiosità: i testi dell’album, dignitosi ma non eccelsi, portano la firma, tra gli altri, di Polly Samson, moglie di Gilmour. “The Division Bell” è stato registrato nello studio galleggiante di proprietà del chitarrista e cantante, l’Astoria. Waters ha demolito questo disco definendolo “robaccia”. La voce robotica che si sente in “Keep Talking” è quella di Stephen Hawking, il fisico e matematico britannico che, a causa di una malattia degenerativa del sistema nervoso, comunica attraverso un sintetizzatore vocale computerizzato. Tra i musicisti che hanno accompagnato i Pink Floyd nelle registrazioni dell’LP c’è il sassofonista Dick Parry, che ha suonato insieme al gruppo in “The Dark Side of the Moon” (1973) e “Wish You Were Here” (1975). Dopo la pubblicazione di “The Division Bell”, che ha fatto registrare vendite da record andando al primo posto sia in Inghilterra che negli Stati Uniti, David Gilmour, Nick Mason e Rick Wright hanno intrapreso una redditizia tournée mondiale che ha riscosso un grande successo ovunque, Italia compresa (dove la band si è esibita in sei date: una a Torino, Udine e Modena, tre a Roma), come documentato da un doppio CD live, “P.U.L.S.E”. La campana del titolo è quella che viene suonata nella Camera dei Comuni britannica per chiamare i parlamentari, ma potrebbe essere anche un riferimento alla separazione tra i tre rimanenti Pink Floyd e Waters, il quale, dopo essersene andato nel 1985, aveva trascinato in tribunale i suoi ex compagni perché, secondo lui, non potevano più continuare ad usare il nome del gruppoSempre a proposito del titolo, prima di trovare quello definitivo, grazie al suggerimento dello scrittore Douglas Adams, l’autore di “Guida galattica per gli autostoppisti” (1979), Gilmour e Mason avevano rispettivamente proposto “Pow Wow” e “Down to Earth”. La bellissima copertina, che raffigura due statue su un prato che si guardano a vicenda con sullo sfondo un cielo azzurro, è stata realizzata dal geniale Storm Thorgerson, storico autore di tante cover floydiane e di molti altri giganti della musica mondiale (come Led Zeppelin e Peter Gabriel).

VOTO: 6/10

 

Larisa dei miracoli

La locandina di "L'ascesa"

La locandina di “L’ascesa”

(Attenzione, contiene spoiler) L’ascesa è l’ultimo film di Larisa Yefimovna Shepitko, regista di grande talento prematuramente deceduta a soli 41 anni in un incidente automobilistico il 2 giugno del 1979. Nata ad Artyomovsk, Ucraina, il 6 gennaio del 1938, la Shepitko studia cinema al prestigioso VGIK di Mosca, dove, dopo aver realizzato due cortometraggi, Slepoy kukhar (1956) e Zhivaya voda (1957), e aver recitato in un paio di film, Tavriya (1960) di Yuriy Lysenko e Obyknovennaya istoriya (1962) di Nikolai Litus e Igor Zemgano, consegue il diploma in Regia Cinematografica con il suo primo lungometraggio, Calura (1963), che attraverso l’incontro-scontro tra un giovane idealista, Kemel, e il suo inflessibile e autoritario capo, Abakir, propone una folgorante metafora dell’Unione Sovietica dell’epoca. A questo notevole esordio sulla lunga distanza seguono altri quattro film e mezzo: Le ali (1966), che narra di una quarantenne direttrice scolastica, Nadezhda Petrukhina, che rimpiange gli anni in cui esercitava la professione di pilota di caccia durante la guerra; Inizio di un secolo sconosciuto (1967), una pellicola divisa in due episodi (il primo dei quali, L’angelo, è diretto da Andrey Smirnov) di cui la Shepitko firma il secondo, La patria dell’elettricità, che racconta di un intraprendente ragazzo capace di porre fine al problema della mancanza di acqua in un piccolo villaggio turkmeno; Alla tredicesima ora della notte (1969), un lavoro girato per la televisione che riprende i festeggiamenti della notte di Capodanno che segna il passaggio dal vecchio al nuovo anno; Tu e io (1971), incentrato su un chirurgo, Piotr, in crisi esistenziale e professionale che ritrova un barlume di felicità grazie all’incontro con una giovane ragazza; e infine il già citato L’ascesa (1977), il film più bello e appassionante della regista, che traspone in immagini un racconto di Vasiliy Bykov, Sotnikov, firmando anche la sceneggiatura insieme a Yuri Klepikov. Siamo sul fronte bielorusso durante la Seconda Guerra Mondiale: una coinvolgente e trascinante sequenza d’apertura ci mostra i partigiani impegnati a respingere l’avanzata delle truppe tedesche (da notare che per tutta la durata di tale scena i titoli di testa compaiono in sovrimpressione sulle immagini: sembra quasi che la regista abbia voluto diminuire l’impatto emotivo dell’incipit “distraendo” lo spettatore con le scritte).

Larisa Shepitko

Larisa Shepitko

Al termine di un cruento scontro a fuoco, i primi ripiegano in un bosco, dove li vediamo piegati in due dalla fame e dalla fatica: a peggiorare ulteriormente la loro condizione ci si mette il freddo pungente, che penetra fino alle ossa. Spossati dalla stanchezza e intirizziti dal gelo, devono inoltre risolvere il problema della mancanza di viveri, dato che la scorta di provviste di cui dispongono è quasi esaurita; per non rischiare di morire di stenti, due di loro, Rybak e Sotnikov, partono alla ricerca di cibo. Si dirigono verso la fattoria nella quale abita la fidanzata del primo, Zos’ka, ma una volta giunti a destinazione scoprono che l’abitazione è completamente abbandonata. Per non tornare indietro a mani vuote, decidono di proseguire fino a Lesiny. I loro passi sono resi più pesanti dall’abbondante neve che ricopre il paesaggio; Sotnikov, inoltre, deve fare i conti con una tosse forte e persistente che lo debilita. “Prendi un po’ di neve. Te la farà passare” gli dice Rybak. Cammin facendo si imbattono in un uomo che ha offerto aiuto ai tedeschi. “E’ un vecchio. L’ha fatto per stupidità” afferma la moglie per difenderlo, ma Sotnikov e Rybak non gli perdonano di aver dato una mano al nemico, e perciò vorrebbero ucciderlo; alla fine, però, il secondo convince il primo a risparmiare la vita all’anziano. Mentre si incamminano sulla via del ritorno incontrano i tedeschi: ne nasce uno scontro a fuoco durante il quale Sotnikov rimane colpito ad una gamba da un proiettile.

Boris Plotnikov e Vladimir Gostyukhin

Boris Plotnikov e Vladimir Gostyukhin

Per non essere di peso al compagno, egli medita di suicidarsi (struggente e straziante al tempo stesso la scena in cui lo vediamo togliersi lo stivale della gamba sana per tentare di premere il grilletto con il piede mentre si punta il fucile al volto), ma Rybak arriva in tempo per farlo desistere dal suo proposito. Rybak, che sembra essere dotato di uno spirito di iniziativa inesauribile, si carica l’amico sulle spalle e, seppur a fatica, i due raggiungono la casa di una donna, Demchikha, madre di tre bambini. Quest’ultima, però, li accoglie malvolentieri, perché teme che i nazisti la scoprano ad aiutare i partigiani. Lei li prega di andarsene immediatamente, ma quando Sotnikov e Rybak stanno per abbandonare il suo umile alloggio, arrivano i tedeschi. In fretta e furia i due uomini si nascondono in soffitta, ma a Sotnikov scappa uno starnuto che fa insospettire i nazisti; uno di loro sale in soffitta e punta il mitra (che la regista inquadra in primo piano, aumentando in questo modo l’effetto drammatico della scena, fino a renderla insostenibile) contro la paglia sotto la quale sono nascosti i due uomini, che, terrorizzati, non possono fare altro che arrendersi. Da quel momento per i due partigiani comincia un incubo ancora peggiore di quello che hanno vissuto fin lì. Catturati dai nazisti assieme alla donna che aveva offerto loro ospitalità, vengono sottoposti a brutali interrogatori condotti da uno spietato e malvagio inquirente della polizia, Portnov, disposto ad usare ogni mezzo a sua disposizione pur di far parlare i prigionieri. Sotnikov, però, non si lascia intimidire dalle minacce: “Non tradirò. Ci sono cose più importanti della propria pelle”. Dichiarazione alla quale Portnov reagisce con una risata sprezzante.

Dove sono? Ma cos’è questo? Di cosa consiste? E’ una scemenza. Siete mortale. Con la morte finisce tutto. La nostra vita, noi stessi, tutto il mondo. Non ne vale la pena. Per cosa? Per essere d’esempio ai posteri? In ogni caso non morirete come un eroe. Voi non morirete. Creperete come un traditore. Non vuoi tradire? Lo farà qualcun altro. Ma diremo che sei stato tu. Chiaro?”.

“Feccia. Feccia dell’umanità” ribatte disgustato Sotnikov.

“Ora vedrete chi è veramente la feccia. Non meravigliatevi se non sono io, ma voi stesso. Scoprirete dentro di voi cose che non avreste mai immaginato. La vostra intransigenza e quel fanatismo che avete nello sguardo saranno rimpiazzati dalla paura. Proprio così. La paura di perdere la pelle. Alla fine tornerete a essere voi stesso. Una semplice nullità, pieno di merda come tutti. Senza parole elaborate e senza arroganza. E’ questa la verità. Ecco perché non potete offendermi. No. Io so chi è veramente l’uomo. E lo sapete anche voi”.

Pur di non parlare, Sotnikov sopporta ogni tipo di tortura (anche quella, terribile, di essere marchiato a fuoco). Rybak, invece, quando gli propongono di entrare a far parte del corpo di polizia in cambio di informazioni, non ci pensa due volte a tradire i propri compagni per salvarsi la pelle. Al termine degli interrogatori, i due si ritrovano in una cella fredda, buia e sporca infestata dai topi: Rybak cerca di convincere Sotnikov a collaborare con i tedeschi, ma l’idea di fare la spia a quest’ultimo non lo sfiora nemmeno.

“Che stai dicendo? Siamo dei soldati. Soldati! Se ti sporchi di merda, non te la toglierai più di dosso”.

“Allora dobbiamo finire nella fossa a nutrire i vermi. E’ così?”.

“Non è questa la cosa peggiore. Non è di questo che si tratta. Ora lo so. L’importante è avere la coscienza a posto. Allora…”.

“Sei uno stupido, Sotnikov. Ti sei anche laureato! Io voglio vivere. Vivere! Per ammazzare quelle canaglie. Hai capito? Io sono un soldato, tu sei un cadavere! Ti è rimasta solo la testardaggine. Ma quali principi!”.

“Allora vivi. Si può vivere anche senza coscienza”.

“Tu parli a me di coscienza… Chi è stato a trascinare qui me e quella donna? Tu, persona coscienziosa. Perché nella soffitta, tu che eri ferito e malato non hai alzato le mani per primo? La tua coscienza te l’ha impedito? Io le ho alzate e ti ho salvato e ho salvato il villaggio dal fuoco. La mia coscienza pensa, mentre la tua… Si deve fare quello che è necessario. E tu parli di coscienza! Possibile che non aspiri a niente? Menti. Aspiri a qualcosa. Quando eri in quel campo, speravi in qualcosa. Come vedi, l’abbiamo scampata. Proprio così. Bisogna sopravvivere”.

“Entrerai nella polizia? Allora non voglio vivere”.

“Tu, tu… Sai cosa sei? Nella fossa verrò con te a farti compagnia. Da soli fa paura”.

“Kolja”.

“Menti, carogna! Fa paura. Sotnikov! Perché hai chiuso gli occhi?”.

Viktoriya Goldentul

Viktoriya Goldentul

Al culmine della discussione, Sotnikov, sempre più indebolito e fiaccato nel fisico, tossisce sangue in faccia a Rybak, che stringe a sé l’amico in un abbraccio disperato che sa tanto di addio. In prigione con loro finiscono anche Demchikha, il vecchio a cui hanno risparmiato la vita e una bambina, Basya: il mattino del giorno successivo saranno giustiziati mediante impiccagione. Toccante ed emozionante, elegiaco e lancinante, L’ascesa – premiato con un meritato Orso d’oro al Festival Internazionale del Cinema di Berlino del 1977 – racconta una storia di estrema sofferenza, permeata da un lirismo mistico e struggente che tocca vertici di assoluta poesia. E’ un film dalla parte dei partigiani senza un filo di retorica, nel quale la regista racconta la disperata lotta per la sopravvivenza di due uomini, Sotnikov e Rybak, che nella prima parte della pellicola intraprendono un viaggio, pur essendo allo stremo delle forze, per procurarsi un bene primario senza il quale sarebbe impossibile vivere, ossia il cibo, mentre nella seconda, quando vengono catturati dai tedeschi, gli stessi si ritrovano di fronte ad una scelta: tradire i propri compagni per continuare a vivere oppure non parlare e quindi andare incontro a morte certa. Dilemma di fronte al quale Sotnikov e Rybak reagiscono in maniera differente: il primo dimostra di avere coraggio da vendere resistendo alle torture inflittegli dai nazisti; il secondo, invece, si rivela un codardo dal momento che, quando gli si presenta la possibilità di avere salva la vita in cambio di informazioni, non si fa scrupoli a vendersi al nemico, tradendo in questo modo i suoi compagni e con loro anche gli ideali per i quali si batteva con tanto ardore.

Anatoly Solonitsyn

Anatoly Solonitsyn

Dunque man mano che la storia procede i ruoli dei due personaggi principali si ribaltano, perché all’inizio il più forte e coraggioso sembra essere Rybak, il quale è sempre pronto a spronare Sotnikov quando assieme a questi parte alla ricerca di cibo. E anche quando Sotnikov pare continuamente sul punto di morire, è Rybak che gli fa forza sostenendolo moralmente. Sotnikov, invece, più diventa debole fisicamente e più acquisisce una forza spirituale (bellissima la scena in cui si apre la porta della prigione e il suo volto – inquadrato in primo piano – viene irradiato da una luce messianica) che gli consente di sopportare sofferenze indicibili come le sevizie a cui lo sottopongono i nazisti. Alla fine, Sotnikov diventerà un martire, Rybak un infame informatore: il primo morirà da eroe, il secondo si porterà appresso il marchio del traditore per tutta la vita (quando scamperà all’impiccagione, una donna lo chiamerà Giuda). La regista si prende rischi considerevoli ricorrendo sovente alle simbologie religiose, come nella lunga e drammatica sequenza in cui i prigionieri vengono impiccati sulla collina (e mentre percorrono la salita che li conduce al patibolo appare un bambino che, probabilmente del tutto ignaro di ciò che sta accadendo, gioca con uno slittino), che richiama alla mente la crocifissione di Gesù sul Golgota; ma la Shepitko, grazie ad uno stile magistrale che raggiunge vette di ineguagliabile purezza, riesce sempre ad uscirne a testa alta, evitando con grande abilità le trappole della retorica e della banalità. Eccellenti gli attori: Boris Plotnikov e Vladimir Gostyukhin, che interpretano rispettivamente Sotnikov e Rybak, sono entrambi eccezionali; soprattutto il primo, a cui toccava la parte più difficile, quella del malinconico e mistico artigliere pronto a sacrificare la propria vita per salvare quelle dei suoi compagni, offre una prova maiuscola.

Boris Plotnikov

Boris Plotnikov

Memorabile quando, conscio di essere prossimo alla morte, si rivolge a Portnov, che lo ha chiamato Ivanov, dicendogli con orgoglio: “No, non mi chiamo Ivanov. Mi chiamo Sotnikov. Sono un comandante dell’Armata Rossa. Sono nato nel 1917. Sono un bolscevico. Membro del partito dal 1935. Professione: insegnante. Dall’inizio della guerra ho comandato una batteria. Ve le ho suonate, canaglie. Mi chiamo Sotnikov Boris Andreevic. Ho un padre, una madre e la patria”. Da ricordare pure l’ottimo Anatoly Solonitsyn, viscido e sgradevole al punto giusto nel ruolo di Portnov, cinico e feroce aguzzino che non esista a ricorrere alla tortura pur di far parlare i prigionieri. Di grande suggestione la colonna sonora composta da Alfred Schnittke, che accompagna le poetiche immagini del film elevandone la bellezza con una musica disarmonica e piena di continue dissonanze; e stupenda la fotografia di Vladimir Chukhnov e Pavel Lebeshev, che illuminano la pellicola con uno straordinario bianco e nero in grado di passare con estrema naturalezza dai toni abbacinanti delle riprese in esterni a quelli più cupi delle scene in interni (la casa del vecchio, la prigione). L’ascesa è il capolavoro terminale di Larisa Shepitko, la cui brillante carriera è stata stroncata – come detto all’inizio – da un incidente stradale avvenuto mentre stava lavorando a un nuovo film, L’addio, poi realizzato, nel 1983, da suo marito, Elem Klimov, autore dell’angosciante Va’ e vedi (1985), anch’esso ambientato in Bielorussia durante la Seconda Guerra Mondiale. Ricco di momenti indimenticabili (il bambino che assiste all’impiccagione con le lacrime agli occhi; la morte di Sotnikov filmata al rallentatore; Rybak che in preda al rimorso tenta di suicidarsi impiccandosi con una cintura), L’ascesa è un film fulgido e sconvolgente al contempo che vanta una regia perfetta (splendidi i primi piani, che raggiungono un’intensità emozionale ragguardevole). Un’opera meravigliosa, dalle ascendenze dostoevskijane, che rimane impressa in maniera indelebile nella memoria.

VOTO: 10/10

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